Mehran Gul (autore di “The new geography of Innovation”), speaker al NAM2026, spiega perché il ritardo europeo nell’AI e nelle tecnologie di frontiera dipende anche dalla perdita di imprese, capitali e talenti. La prima sfida non è produrre di più, ma evitare che ciò che nasce in Europa cresca altrove.
[Nota editoriale. Traduzione dall’inglese ripulita da esitazioni, ripetizioni e intercalari, senza modificare il senso delle risposte.]
Gli Stati Uniti e la Cina stanno avanzando rapidamente, mentre l’Europa sembra rimanere sempre più indietro. Quali sono i principali indicatori di questo problema?
Nel mio intervento ho citato, per esempio, una delle più importanti conferenze mondiali sull’intelligenza artificiale, che tra l’altro si svolge in Europa. Se guardiamo alla percentuale di paper accettati provenienti dalle diverse istituzioni del mondo, soltanto l’1% arrivava da un’istituzione dell’Unione europea e circa il 4% da istituzioni dell’Europa geografica. Questo mostra con grande chiarezza quale sia oggi la posizione del continente nella competizione nei settori di frontiera.
Il problema non è soltanto che la produzione attuale non è al livello necessario. È anche che ciò che viene prodotto viene perso molto rapidamente a vantaggio di altri luoghi. Se guardiamo ad alcune delle aziende più importanti nate in Europa negli ultimi vent’anni, molte non sono più in Europa oppure sono state acquisite da operatori stranieri. UiPath non è più in Romania, Hugging Face non è più in Francia, DeepMind è oggi una divisione di Google. Queste sono, allo stesso tempo, alcune delle cause e delle conseguenze del fatto che l’Europa non compete al livello a cui dovrebbe.
Dove si trovano le migliori opportunità per recuperare terreno, o almeno per costruire una via europea all’innovazione nel nuovo ordine geopolitico?
Il primo passo dovrebbe essere trattenere ciò che l’Europa possiede già. Se oggi andiamo nelle università, la cultura dominante porta ancora molte persone a cercare di trasferirsi negli Stati Uniti, a vendere le proprie aziende ad operatori americani o a raccogliere investimenti da venture capitalist statunitensi anziché europei. Prima di chiederci come possa fare più di ciò che fa oggi, l’Europa dovrebbe chiedersi come trattenere la produzione che già genera e che continua a perdere a vantaggio di altri luoghi.
Dopo viene il tema dell’attrazione dei migliori talenti. Non credo che l’Europa sia ancora davvero competitiva su questo terreno. Nonostante tutte le tensioni tra Stati Uniti e Cina, nelle maggiori aziende tecnologiche americane una parte molto rilevante dei talenti continua a provenire da istituzioni cinesi. In Europa non vedo ancora una competizione altrettanto attiva per individuare le persone migliori nel mondo e convincerle a venire a lavorare qui.
Prima parlavamo di immigrazione. Il dato sfortunato è che oggi l’immigrazione verso l’Europa continua a essere soprattutto migrazione economica, non migrazione di talento. Come possiamo spostare la conversazione in quella direzione? Una parte importante della competitività tecnologica degli Stati Uniti dipende dal fatto che importano talenti, non soltanto dal fatto che li producono. Basti pensare che più della metà delle famiglie di San Francisco parla in casa una lingua diversa dall’inglese. L’Europa deve capire come presentarsi in questa competizione globale per i talenti, invece di limitare il dibattito sull’immigrazione alla sola migrazione economica.
Link all’intervista https://youtu.be/fTe_6MdHN2k?si=i5hwC0nOkJ4fVvOp