La politica è entrata in internet senza chiedere il permesso

La politica è entrata in internet senza chiedere permesso. Anche i più distratti, o sognatori, ora fanno i conti con questa evidenza. E adesso anche i pionieri prendono atto che siamo in un mondo diverso, forse più brutto di prima; certo più grigio. Lo stesso sogno, lo stesso slancio vitale che ha dato vita alla rete bisogna ora votarlo altrove: per costruire le fondamenta di un mondo dove la libertà della rete e gli onori della geopolitica possano convivere.
Le interviste al Nam 2026 Doug Madory, director of internet analysis di Kentik, Mehran Gul, autore di The New Geography of Innovation, e Paul Vixie, pioniere del sistema dei nomi di dominio e membro dell’Internet Hall of Fame, convergono su un punto: la rete globale è entrata in una fase più dura.

La rete aperta sotto pressione
Per Madory, che osserva da anni le interruzioni della connettività, i blackout non sono più eccezioni. «È diventato un fatto della vita», dice. «La potenza delle comunicazioni internet è tale che i governi autoritari sentono il bisogno di disconnettere o comprimere le comunicazioni delle persone perché si sentono minacciati».
Il dato conferma la percezione. Access Now e la coalizione #KeepItOn hanno documentato nel 2025 313 shutdown in 52 Paesi, il numero più alto dall’inizio del monitoraggio nel 2016. Il fenomeno riguarda proteste, elezioni, conflitti, crisi interne. Cambia anche la tecnica: non solo spegnimenti totali, ma blocchi selettivi di servizi, restrizioni alle piattaforme, filtri più granulari.
Madory descrive una risposta che non può essere individuale. Negli ultimi anni, spiega, è cresciuto il coordinamento tra analisti di rete, comunità per i diritti digitali e operatori industriali: «I dati di ciascuno sono un po’ diversi. A volte qualcun altro può vedere qualcosa che tu non riesci a vedere. Lavorando insieme otteniamo un quadro migliore».
La posta in gioco è la capacità di documentare cosa accade alla rete quando diventa invisibile. Senza misurazione indipendente, un blackout resta una decisione politica difficilmente contestabile; con dati tecnici, diventa un fatto osservabile, attribuibile, discutibile.

Frammentazione e potere
Vixie porta il ragionamento su un piano ancora più strutturale. L’idea originaria di una connessione universale, sempre aperta e sempre neutrale, apparteneva a una stagione diversa. «All’inizio degli anni Ottanta internet non aveva parti inaffidabili», ricorda. «Era un’utopia». Poi la rete è diventata infrastruttura della vita quotidiana e dell’economia globale, portando dentro di sé anche conflitti, abuso, propaganda e criminalità.
Da qui nasce una posizione scomoda: ogni rete è gestita da qualcuno, per uno scopo. Chi esercita potere su un’economia, una cultura o una nazione vede internet come uno spazio inevitabile di controllo. «Gli strumenti per farlo stanno migliorando e quegli strumenti vinceranno sempre», afferma Vixie.
Per Vixie, l’opposizione tecnica permanente non basta: «Dovremmo accettare le inevitabilità e trovare un modo per negoziare con le controparti, invece di essere in eterna opposizione». La sfida è capire quali incentivi spingono un attore a bloccare, filtrare o segmentare la rete, e quali condizioni possono ridurre quel ricorso.
La sua speranza non nasce dal ritorno all’internet delle origini, ma dalla competizione tra chi costruisce connessioni e chi costruisce barriere. «C’è un centro luminoso di internet», dice, fatto di servizi e comunità che vogliono essere raggiungibili. «Chi costruisce strade vince sempre, nel lungo periodo, contro chi costruisce muri».

Il ritardo europeo nell’innovazione
Se Madory e Vixie descrivono la rete come presidio politico, Gul sposta l’attenzione sulla capacità dell’Europa di competere nella nuova geografia dell’innovazione. Precondizione, tra l’altro, di una rete libera e foriera di benessere per tutti, perché l’UE è più attenta di altre regioni ai valori del welfare e ai diritti fondamentali.
«La prima cosa dovrebbe essere trattenere quello che l’Europa già ha», dice Gul. Nelle università e negli ecosistemi tecnologici, osserva, molti continuano a guardare agli Stati Uniti per trasferirsi, vendere l’azienda o raccogliere capitali. Cita UiPath, nata in Romania e oggi con quartier generale a New York, Hugging Face, con radici francesi e forte baricentro statunitense, e DeepMind, nata nel Regno Unito e acquisita da Google.
Un continente può finanziare ricerca, formare competenze e regolare i mercati, ma se le imprese più promettenti crescono altrove perde quote della catena del valore. La Commissione europea, nel pacchetto 2026 sullo stato del Decennio digitale, collega infatti competitività, autonomia strategica e resilienza alla presenza di infrastrutture robuste, competenze digitali e rapida adozione di tecnologie avanzate da parte delle imprese.
Per Gul, l’altro punto debole è l’attrazione di capitale umano globale. «L’immigrazione in Europa oggi è ancora migrazione economica, non migrazione di talento», afferma. Gli Stati Uniti, ricorda, restano competitivi anche perché importano competenze: «Gran parte delle ragioni per cui gli Usa sono competitivi nel tech deriva dal fatto che importano talento, non dal fatto che lo producono tutto da soli».

La sovranità digitale europea passa dalla capacità tecnica, industriale e politica
Le tre prospettive indicano una stessa conclusione: la sovranità digitale europea non può limitarsi a proteggere il mercato interno. Deve diventare capacità tecnica, industriale e politica. Significa osservare la rete quando viene interrotta, difendere l’apertura senza ignorare i conflitti reali, trattenere le imprese nate in Europa, rendere il continente più attrattivo per ricercatori, fondatori e ingegneri.
La regolazione resta parte del modello europeo, soprattutto nell’IA, dove Bruxelles punta a combinare fiducia, sicurezza e capacità industriale. Ma senza scala, investimenti e talento, il rischio è che l’Europa definisca le condizioni d’uso di tecnologie sviluppate altrove.
Internet resta una promessa di connessione, ma non è più un ambiente separato dalla politica. Adesso per l’UE è imperativo costruire abbastanza forza da difendere l’apertura senza dipendere dagli altri per le infrastrutture, i modelli, le piattaforme e le imprese che la rendono possibile.

 

— Di Alessandro Longo, Giornalista

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