Chi costruisce strade, alla lunga, vince su chi costruisce muri

Paul Vixie (pioniere di Internet e membro della Hall of Fame, padre del DNS) racconta la frammentazione di Internet senza nostalgia: il controllo crescerà, la tecnica da sola non basterà e l’unica speranza realistica passa dalla competizione tra chi collega e chi separa.

[Nota editoriale. Traduzione dall’inglese ripulita da esitazioni, ripetizioni e intercalari, senza modificare il senso delle risposte.]

Lei sta analizzando il fenomeno della splinternet, la frammentazione di Internet. Dove ci sta portando e quali conseguenze intravede nel prossimo futuro?
Molti attivisti hanno sempre sostenuto che la connessione universale sia, o debba essere, un diritto umano e che Internet non debba mai essere bloccata. Credo che sia una posizione ingenua. La realtà è che ogni rete è gestita da un soggetto per uno scopo preciso. Se esistono tipi di traffico incompatibili con quello scopo — nel mio caso, per esempio, potrebbe essere lo spam — io bloccherò quel traffico impedendogli di entrare nella rete che gestisco.

Oggi Internet fa parte della vita quotidiana e dell’economia globale: è inevitabile. Di conseguenza, qualunque soggetto voglia esercitare un controllo sulla propria economia, cultura o nazione considera Internet un luogo necessario in cui esercitare potere. Gli strumenti per farlo stanno migliorando e, alla fine, quegli strumenti prevarranno sempre. Esistono molti strumenti sviluppati dagli attivisti per contrastare questo tipo di censura, ma non possono funzionare a lungo e su larga scala. Dovremmo quindi accettare ciò che è inevitabile e trovare un modo di negoziare con le nostre controparti, invece di rimanere in una condizione di opposizione permanente.

La negoziazione è quindi la strada? Quali argomenti potrebbero convincere chi controlla una rete a non bloccare Internet o a non applicare su larga scala strumenti di controllo e filtraggio?
La negoziazione è l’unica possibilità, ma gli argomenti dipendono fortemente dalle motivazioni, che possono essere molto diverse. Tornando all’esempio precedente: se qualcuno vuole inviarmi un’e-mail di spam e pretende che io la accetti, non esiste alcun incentivo che possa offrirmi. Non negozierò. Troverò un modo per bloccarla e, quanto più lavoro verrà fatto per aggirare i miei controlli, tanto più lavorerò per migliorarli.

Se invece la questione è ideologica, la situazione cambia. Penso, per esempio, ai recenti periodi in cui l’Iran ha imposto shutdown di Internet su larga scala. Se l’obiettivo è controllare la narrazione ascoltata dalla popolazione e impedire interferenze esterne, non so quale incentivo potremmo offrire per convincere chi governa a permetterle. Dal loro punto di vista, potrebbe essere una questione esistenziale: la sopravvivenza stessa del regime potrebbe essere percepita come a rischio.

Questo non significa che dobbiamo incoraggiare la censura. Possiamo però riconoscere che, se compiamo una certa azione, è inevitabile che Internet venga censurata da chi non la accetta. Dovremmo chiederci che cosa potremmo fare diversamente per non creare l’incentivo iniziale alla censura. Non sto dicendo che non si debba mai cercare di migliorare il mondo: la storia dimostra che piccoli gruppi di persone determinate possono cambiarla. Ma, se sappiamo che il nostro avversario dispone di un certo strumento, non dovremmo provocarne l’uso a meno che non sia esattamente ciò che intendiamo fare. Oggi temo che spesso lo provochiamo senza rendercene conto e senza preoccuparcene.

Ha ancora speranza che questa tendenza possa essere invertita e che si possa tornare a un’Internet pluralista e aperta come quella su cui iniziò a lavorare da pioniere negli anni Ottanta?
Allora avevo molta speranza; oggi ne ho una diversa. All’inizio degli anni Ottanta, su Internet non esistevano soggetti inaffidabili. C’erano soprattutto università e organizzazioni che lavoravano per il governo degli Stati Uniti, anche a livello internazionale. Era quindi una sorta di utopia: un luogo in cui si poteva essere ascoltati e parlare con persone interessanti, istruite e capaci di autocontrollo.

Pensavamo che, rendendo quel tipo di connettività la norma per tutta l’umanità, tutta l’umanità avrebbe iniziato a comportarsi nello stesso modo. Non è accaduto. Abbiamo ottenuto il modo in cui l’umanità si comporta da sempre: l’intero spettro, tutto il bene e tutto il male. Era un’idea ingenua, lo riconosco.

Ma ho ancora speranza, e riguarda la competizione. Esiste un centro luminoso di Internet, formato da ciò che vuole davvero essere raggiungibile: persone e servizi che non si nascondono dietro firewall o censura e che intendono far parte della mente collettiva globale, del sistema nervoso digitale dell’umanità. Nel lungo periodo, chi vuole comportarsi in questo modo vince sempre, perché costruisce strade. E chi costruisce strade, alla lunga, vince sempre contro chi costruisce muri.

Link all’intervista https://youtu.be/tgmDyNc2b8M

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