Consolidamento delle Telco in UE: cosa c’è di nuovo dopo le dichiarazioni della von der Leyen

Le recenti dichiarazioni della presidente von der Leyen su un possibile “alleggerimento” delle regole antitrust sulle fusioni hanno suscitato non poche suggestioni in ambiti finanziari, che da tempo evocano un maggiore concentrazione del mercato per ridurre la concorrenza e recuperare un po’ di margini. Il tema della sostenibilità finanziaria ed industriale nel mercato telecom è da sempre molto dibattuto, ma a volte trainato da narrative generiche ed analisi non circostanziate. Non sorprende che uno studio recente del CEPR sia arrivato a conclusioni, suffragate da dati obiettivi, abbastanza differenti dalla vulgata ufficiale: secondo i ricercatori, nel complesso il settore telco europeo negli ultimi dieci anni è stato in grado di remunerare il capitale impiegato, e non appare strutturalmente in perdita rispetto al proprio costo del capitale. Gli autori contestano l’argomento secondo cui una cronica sotto‑remunerazione del capitale renderebbe necessarie, di per sé, fusioni su larga scala o un allentamento generalizzato della regolazione per garantire gli investimenti. Essi sostengono che, dato che i rendimenti medi sono vicini/al pari del costo del capitale, le richieste di “regulatory holiday” o di consolidamento devono essere valutate caso per caso e alla luce di obiettivi di concorrenza e benessere dei consumatori. In particolare, viene ricordato che l’intensità concorrenziale ha portato a prezzi più bassi e benefici per i consumatori, senza che questo si traducesse – a livello di settore – in una situazione di dissesto strutturale.

Le dichiarazioni della Presidente von der Leyen

Quale che sia lo stato di salute finanziario del settore telecom, le dichiarazioni della Presidente non sembrano riguardare specificatamente tale settore. Esse non hanno una portata generale, ma vanno invece lette nel contesto dei mercati effettivamente integrati a livello europeo. L’idea è che, laddove esista o si voglia creare un vero mercato unico (es. cloud, semiconduttori, difesa, taluni segmenti digitali), può essere necessario consentire maggiore consolidamento per far emergere “campioni europei” in grado di competere con grandi player americani o cinesi sui mercati globali.
In questi contesti, le imprese europee si confrontano direttamente con concorrenti extra‑UE che operano su basi continentali o globali e beneficiano di economie di scala e di scopo difficilmente replicabili da operatori frammentati per singolo Stato membro. L’attenuazione di alcune rigidità nell’enforcement antitrust viene quindi presentata come strumento per colmare un “gap di scala” competitivo, non come un via libera generalizzato a qualsiasi forma di concentrazione.

Perché il discorso non si applica (ancora) alle telecom

HTuttavia, questo ragionamento si adatta male al settore delle telecomunicazioni mobili e fisse, che rimane di fatto organizzato su base prevalentemente nazionale. Le telco europee non competono con operatori americani o cinesi nei rispettivi mercati retail europei: esse competono quasi esclusivamente tra loro, all’interno di ciascun mercato domestico, sotto regolazione nazionale ed europea.
In altri termini, non esiste oggi un confronto diretto tra, ad esempio, un MNO europeo e un MNO statunitense o cinese che operi nel proprio mercato, americano o cinese. Il problema competitivo delle telecom europee non è quindi la mancanza di “campioni europei” in grado di battere AT&T o China Mobile; è, piuttosto, la combinazione di frammentazione regolatoria, obblighi specifici di settore e struttura di domanda che rende difficile catturare pienamente le economie di scala.

La narrativa dell’eccesso di operatori europei

Alla luce di ciò, è fuorviante usare il discorso sui “campioni europei” per giustificare una narrativa secondo cui la supposta rigidità delle regole antitrust avrebbe prodotto “troppi operatori telecom”. Nel caso delle telecom, allentare l’enforcement non servirebbe a creare un campione europeo che vince la competizione globale, ma al più a modificare la struttura di pochi mercati nazionali già oligopolistici.
La narrativa sui “troppi operatori” di telecomunicazioni in Europa è peraltro viziata da un fraintendimento sistematico: si guarda il numero aggregato a livello UE come se esistesse già un unico mercato pienamente integrato, mentre il settore resta strutturato in 27 mercati nazionali distinti. In quasi tutti i Paesi la struttura è quella tipica delle economie avanzate, con circa 3‑4 MNO pienamente infrastrutturati, cui si aggiunge una costellazione di MVNO che non modificano il numero effettivo di reti.
Se si moltiplicano 3‑4 MNO per 27 Stati membri, si arriva meccanicamente a “quasi 100 operatori”, cifra spesso citata in modo impressionistico nel dibattito pubblico. Il confronto con Stati Uniti o Cina ignora questo fattore: lì il mercato è unico, le barriere giuridiche all’operare su base federale sono molto più basse e quindi è fisiologico che il numero di operatori sia più contenuto ma con base clienti molto più ampia per singolo soggetto.
Ad ogni modo, persino negli Stati Uniti gli operatori sono molti più dei 3 indicati da una certa narrativa distratta: oltre ai 3 nazionali (AT&T, Verizon e T-Mobile) ve ne sono varie decine statali o substatali, a cui si aggiungono gli MVNO. Se poi si sommano gli operatori di rete fissa, arriviamo a varie centinaia di aziende.

Il ruolo effettivo dell’antitrust UE

Le regole di concorrenza UE incidono su una parte molto limitata delle possibili operazioni di consolidamento sia nel mobile che nel fisso, e in pratica solo sui dossier più rilevanti: nel fisso, si tratta delle operazioni riguardanti l’incumbent (tipo “Rete Unica” in Italia), mentre nel mobile il caso tipico è quello delle fusioni 4‑to‑3. Il maggiore dibattito riguarda però il mobile, soprattutto perchè è il settore dove la finanza ha investito di più negli ultimi anni ed i ritorni appaiono inferiori alle aspettative. Ebbene, negli ultimi dieci‑quindici anni il numero di casi mobili esaminati a fondo (con riduzione da quattro a tre MNO) è dell’ordine di poche unità, non certo di “decine” di operazioni bloccate sistematicamente.
In diversi casi la Commissione ha autorizzato fusioni a determinate condizioni (remedies strutturali o accesso wholesale) e in altri le ha vietate, ma sempre rispetto a singoli mercati nazionali, non sulla base di un obiettivo astratto di “mantenere tanti operatori in Europa”. Per la grande maggioranza delle scelte di entrata, uscita o consolidamento di scala minore, la decisione resta interamente nelle mani delle imprese, entro il quadro generale del diritto della concorrenza come in qualunque altro settore.

Conclusione di policy

L’idea che l’Europa abbia “troppi operatori” per colpa dell’antitrust rovescia il nesso causale: il numero alto è il prodotto della frammentazione regolatoria e politica in 27 mercati nazionali, non di un eccesso di enforcement. La vera variabile di policy non è “quanti operatori vogliamo in Europa?”, ma “quale traiettoria di integrazione del mercato e di convergenza regolatoria vogliamo perseguire per consentire a operatori paneuropei di emergere senza sacrificare la concorrenza locale?”
Contrariamente alla narrativa spicciola pro-consolidamento, la casistica europea mostra che:

  • i casi realmente controversi o bloccati sono pochi rispetto al numero totale di mercati nazionali europei.
  • esistono vari esempi di fusioni 4‑3 vietate, autorizzate con rimedi e autorizzate senza rimedi, a conferma che non c’è una regola automatica sul “numero di operatori”.
  • l’intervento antitrust europeo riguarda singole operazioni di grande scala, non la struttura complessiva (moltiplicata per 27 mercati) che resta in larga misura esito di scelte imprenditoriali e della frammentazione regolatoria.

 

— Di Innocenzo Genna, Giurista specializzato in politiche e regolamentazioni europee per il digitale, la concorrenza e le liberalizzazioni

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