Da un garage romano alle profondità del Mediterraneo; dalla vendita di computer al cablaggio di cavi sottomarini: un viaggio durato mezzo secolo. Con lo stesso fil rouge: curiosità per l’innovazione, attenzione alle persone. “E coraggio, sì, anche quello: senza, bisogna fare un altro lavoro…”. Renato Brunetti, guarda la sua Unidata – di cui è uno dei fondatori – compiere quarant’anni nel 2025. Se la società fosse una persona, si direbbe: è entrata nell’età in cui si comincia a capire la vita. A giocare sul tavolo degli adulti. Guardando quello che Unidata ha fatto finora ma soprattutto quello che ha cominciato a voler fare, sembra che l’analogia regga.
Insomma, quarant’anni. Cos’è successo? Come siamo arrivati qui? Roma, anni settanta. E due ventenni con la passione per l’informatica. “Io e Marcello Vispi (altro fondatore di Unidata, Ndr.) lavoravamo su azienda pioniera dei micro computer, Saga”. “Commercializzava computer italiani dell’azienda romana Mael, prodotti in Abruzzo. Erano dedicati a calcoli scientifici, ma erano programmabili. Avevano avuto un grande successo in Germania”, spiega Brunetti. Tra gli investitori in Mael c’era Franco Pesci, marito di Virna Lisi.
Qui una prima intuizione del duo Brunetti-Vispi: applicare questi computer in ambito business. Il passo successivo è stato cominciare a produrre propri computer, “scopiazzando quelli americani. Oggi sarebbe assurdo anche solo pensarlo; servirebbero miliardi”. Erano computer con sistema operativo Cpm, ma poi venne Ibm con il Dos e anche qui i soci fiutano il futuro: Ibm aveva pubblicato gli schemi dei computer, era possibile quindi produrne in modo indipendente.
Ma nel frattempo Saga fallisce, “eravamo bravi tecnici ma cattivi gestori” e nasce Bronzino Srl. “Un nome inventato da Claudio Bianchi, non ho mai capito che significa”. Bianchi diventerà il terzo socio dell’attuale Unidata, dal 1985 il nuovo nome di Bronzino.
“Unidata si chiamava il tentativo di Philips e Siemens di fare assieme i mainframe europei. Non è andata a bene, ma il nome mi piaceva e così l’abbiamo adottato”.
Nuovo nome, stesso garage, però. “Quello di casa mia, dove assemblavamo i pc e li rivendevamo”. Il primo ufficio arriva in zona Clodio, “poi la seconda sede più grande. Anzi la terza, la prima era il garage…”, dice Brunetti. Unidata ha una ventina di persone e vive con i margini, all’epoca altissimi, della rivendita pc.
La svolta è nel 1994, “venne da me uno a cui sarò sempre grato. Mi disse, vedi c’è questa cosa, si chiama internet”. Lui è Paolo Bevilacqua ed ebbe anche l’idea di creare il primo NAP o Neutral Access Point a Roma, che è diventato il Namex (1995). Unidata faceva anche LAN all’epoca e “immaginare di connettere computer in una rete che non è una LAN privata ma che avvolge tutto il mondo era affascinante per me”.
Una rivoluzione, “per di più all’epoca sottovalutata da telco tradizionali. Noi diventammo isp e Telecom Italia solo tre anni dopo”. All’epoca circa 2 milioni su dieci del fatturato Unidata venivano dal lavoro di Isp. La bolla di internet doveva ancora scoppiare; era anzi ai massimi: “nel 1999 ricevemmo un’offerta che non si poteva rifiutare da Cable&Wireless. Multipli del nostro fatturato, per comprarci”. Scoppia la bolla, il nuovo proprietario “aveva distrutto tutto, i dipendenti rischiavano di restare a terra. Così decidemmo di ricomprarla per un valore quasi nullo. Erano contenti di liberarsene”. Unidata era arrivata a una cinquantina di dipendenti prima dello scoppio della bolla. “Siamo ripartiti da zero con il fatturato e una ventina di dipendenti”.
Il punto più basso prima dell’ascesa.
Il business era comprare da Telecom l’accesso ai cavidotti, a condizioni regolate, e metterci dentro la fibra, che ora è a quota 7900 chilometri. “Avevamo l’idea di fare da soli, certo in modo localizzato”. Un’avventura anche la quotazione in borsa, in realtà: “nel 2020, in pieno covid-19. La borsa era fisicamente chiusa e siamo stati il solo ipo nei primi sei mesi di quell’anno”. Quello stesso anno nasce Unifiber per il cablaggio ftth delle aree grigie del Lazio, tramite un accordo con il fondo Cebf. La prima partnership Unidata con un fondo per giocare una partita più grande.
Nel 2023 compra Twt di Milano, il fatturato sale a 100 milioni di euro, “metà nostro, metà da acquisizione”.
Anno febbrile, arriva anche la società Unitirreno Submarine Network e qui il fondo che permette il salto è Azimut Libera Impresa. Unitirreno si chiama anche il sistema di fibre sottomarine nel Mar Tirreno, per collegare Mazara del Vallo con Genova, con punti di snodo a Roma-Fiumicino e Olbia. Completato a settembre 2025.
Unidata si era accorta di una lacuna nazionale. “Sono sempre stato appassionato di cavi sottomarini, che però nel mediterraneo sono vecchi, a fine vita. Non avevamo una nostra direttrice. C’era solo Sparkle, che però all’Italia ha dedicato solo quattro fibre del suo cavo e sono già sature”.
Unitirreno ne dà 24 all’Italia. Per il traffico nazionale, “ma serve anche a potenziare la raccolta internazionale in Sicilia e Genova. Adesso l’Italia con Uniterreno ha una direttrice con capacità 500 terabit”.
Un’autostrada del Sole sottomarina che guarda a future grandezze del nostro Paese. Candidato a essere epicentro della crescita del traffico tra Occidente, Africa, vicino Oriente. Per dire: tutta l’Africa ora di terabit sottomarini ne ha solo 20.
Con quest’idea di crescita in mente, “abbiamo costruito la prima landing station di Mazara del vallo e speriamo di ospitare altri cavi, facendo sinergia con Unitirreno”, dice Brunetti.
Il cavo costa 70 milioni, “Unidata da sola non poteva. Di qui la necessità di collaborare con fondi internazionali”.
Ma non è la storia che si ripete? Come quando in un garage romano si giocava a fare come Ibm, prima che i colossi americani e orientali rendessero il business dei pc proibitivo per aziende “normali”?
“Anche il business dei cavi sottomarini è popolato da giganti, sì. Ma c’è una differenza rispetto alla competizione nel mondo pc: quelle che costruiamo sono infrastrutture nostre che danno un posizionamento competitivo stabile”. “Sono asset sfruttabili per competere in quanto infrastrutture non duplicabili. I fondi lo capiscono e sono disposti a investirci”. “Con prodotti e servizi digitali invece hai bisogno di scale enormi o di fare cose di nicchia per competere”.
In più “Unidata può fare leva sull’expertise tecnica maturata, sulle operations e il noc già costruiti”, per entrare nel business cavi.
Passione per i cavi, ossia per l’innovazione; intuizione di una lacuna presente nel presente e soprattutto nel futuro del Paese. E quella dose di coraggio necessaria per fare questo lavoro, di cui parlava Brunetti.
Questa la ricetta Unidata? In realtà, un po’ nascosta nella sua storia, c’è un altro ingrediente: l’attenzione alla sostenibilità. Alle persone e all’ambiente. Società benefit dal 2022; data center in parte alimentati da energia solare; vari progetti sociali promessi da Unidata, come la connessione delle carceri per attività educative e riabilitative.
In nuce, c’era già in quel 2002 quando si decide di ricomprare l’azienda distrutta da Cable&Wireless. “Veniamo dal ceto medio-basso, mio padre faceva il tranviere – dice Brunetti. Così, viene facile immedesimarci nelle persone normali”.
“Forse, altrimenti non avremmo fatto il riacquisto. Ci saremmo tenuti i soldi della vendita e occupati di business più semplici”.
“Può sembrare una cosa romantica, ma volevamo dare continuità aziendale e fare le cose bene”.
— Di Alessandro Longo, giornalista