Un IXP sulla Luna o in orbita, lo spazio è il prossimo layer

“Magnificent desolation”. Prime parole sulla superficie lunare. Buzz Aldrin, 1969
“IP on Earth, DTN in Space” Vint Cerf, 1998

Questo articolo nasce da un paradosso, o meglio, da uno scherzo che la realtà ha fatto carambolare fino a prenderlo molto sul serio. Il primo aprile scorso, con l’aiuto dell’AI, avevo generato l’immagine di un data center lunare: il “Namex Lunar IXP”. Doveva essere una boutade, un gioco per la nostra community. Invece, come spesso accade quando la tecnologia corre più veloce dell’immaginazione, ci siamo accorti che quel pesce d’Aprile non era un meme, ma una visione. Al NAM di Giugno avevamo parlato di spazio con ESA, D-ORBIT e con Paolo Nespoli e avevamo compreso la concretezza della rete spaziale e delle sue implicazioni. Se fino a ieri guardavamo alle rotte sottomarine come alle arterie vitali della rete, oggi dobbiamo imparare ad alzare lo sguardo. La convergenza tra telecomunicazioni terrestri e satellitari è in corso, e comprenderla diventerà una necessità strategica per chi opera nel mondo di Internet.

Dalla sede della Società Geografica Italiana di Villa Celimontana, con Internet beyond Earth, abbiamo provato a fare un passo ancora più ambizioso: quale Internet ci attende nello spazio? Sarà una splinternet fatta di reti proprietarie governate da interessi privati di poche aziende dai fatturati triliardari o da Governi autocratici altrettanto potenti? Oppure ci sono altre vie?

Moonlight e la sindrome del cavo proprietario Se sulla Terra ci stupiamo che Lidl si faccia il suo cloud per ragioni di sovranità digitale ed economia di scala, nello spazio stiamo assistendo a una presa di coscienza simile. Fino a ieri, ogni missione lunare si portava dietro il suo apparato di comunicazione. Un po’ come se ogni azienda dovesse stendersi la propria fibra ottica per mandare una email. Inefficiente, costoso, insostenibile. Felix Flentge dell’ESA ci ha raccontato il progetto Moonlight: costruire una rete condivisa attorno alla Luna. Una specie di “provider” lunare che si propone una forte razionalizzazione infrastrutturale. Passiamo dal piantare bandierine, al fare routing?

Abbiamo comunque un problema Houston. Se applichiamo i nostri standard terrestri alla frontiera spaziale, ci scontriamo con un limite invalicabile: la fisica. Tra la Terra e la Luna c’è una latenza media di 2-3 secondi. Per Marte parliamo di minuti. Internet è una rete che sulla Terra funziona bene, o come direbbe qualcuno in modo “good enough”, ma il protocollo TCP/IP su cui si basa è impaziente: se non riceve risposta subito, va in timeout. Sulla Terra funziona, ma nello spazio, il TCP/IP fallisce. Qui entra in gioco il DTN (Delay/Disruption Tolerant Networking), spiegato da Keith Scott di IPNSIG. Quando pensiamo alla parola “connessione”, immaginiamo un flusso continuo di informazioni. Il DTN ci costringe a ripensarla come una catena di “muli digitali” che custodiscono il pacchetto finché il prossimo nodo non è visibile. Da “invia e dimentica” a “custodisci e inoltra quando puoi”. È un cambio di paradigma mentale prima che tecnico.

Edge Computing orbitale: elaborare nel vuoto. Un ulteriore spunto ci viene dal cloud. Marco Brancati di Leonardo e Nicola Pizzolorusso di Telespazio ci hanno illustrato come i satelliti non saranno più semplici specchi che rimbalzano segnali, stanno diventando data center orbitanti. Se un satellite osserva la Terra per cercare incendi, non ha senso che invii terabyte di foto di boschi sani a un server a Francoforte. Deve processare il dato on the edge, lassù, e disturbarci solo con il dato di alert.
Travolti dal fascino del limite e della frontiera ci sorge una domanda cruciale. Possiamo, noi italiani, competere in questo campo? La risposta è sì, se smettiamo di pensare ai data center solo come capannoni pieni di server e iniziamo a pensarli come nodi di calcolo distribuiti ovunque, anche in orbita e se comprendiamo che il nostro Paese ospita da 60 anni eccellenze spaziali, spesso di nicchia, con cui fare sistema.

Namex e i suoi consorziati possono decidere se essere spettatori di questo nuovo sistema solare digitale o se andare oltre ed esserne un tassello fondamentale. Non è molto diverso dalla scommessa fatta dai nostri pionieri all’inizio degli anni ’90 quando incrociarono quattro fili alla Sapienza a Roma. Trent’anni dopo Namex è diventato uno dei punti di interscambio più importanti del Mediterraneo, passando da 4 a 300 reti collegate.

Contribuire all’evoluzione di Internet richiede una comprensione profonda dell’infrastruttura sottostante. Essere un punto di interscambio neutrale ci dà il privilegio di vedere i segnali del cambiamento sul nascere. Quello che abbiamo visto a Villa Celimontana è che anche i dati spaziali devono essere interconnessi, atterrare da qualche parte e ripartire. Peering in orbita e cloud spaziale sono già tematiche molto concrete e se cominciamo subito siamo in tempo per studiarne la traiettoria e magari contribuire a un IXP spaziale, orbitale o lunare?

Space is for everybody. It’s not just for a few people in science or math, or for a select group of astronauts. That’s our new frontier out there. Christa McAuliffe, insegnante a bordo di uno Space Shuttle.
Il video integrale dell’evento e le interviste ai relatori sono disponibili sul canale
YouTube di Namex.

— Di Christian Cinetto, Responsabile Comunicazione e contenuti di Namex

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